Intervista a Paolo Inghilleri, membro della Direzione della Scuola di Psicoterapia Transculturale e già Professore Ordinario di Psicologia Sociale all’Università degli Studi di Milano.
Uno degli aspetti distintivi del percorso è l’integrazione tra psicologia culturale, antropologia, clinica e supervisione. In che modo questa interdisciplinarità arricchisce la pratica terapeutica rispetto a una formazione più tradizionale?
L’approccio clinico, inteso come ricostruzione della storia della persona, dei suoi momenti di crisi ed eventualmente di resilienza, e la supervisione da parte di docenti o clinici esperti fanno parte del bagaglio di molte scuole. Quello che è differente e specifico della Scuola di Psicoterapia Transculturale è il fatto che si sottolinea come l’identità sia inevitabilmente connessa al mondo esterno e alla cultura in cui una persona è cresciuta e ha vissuto.
Si tiene conto, in particolare, dei cambiamenti che avvengono nel corso della vita, che si tratti della migrazione oppure delle trasformazioni che ognuno nike zoom vomero 5 di noi può attraversare: matrimonio, maternità, lavoro, momenti che possono causare rotture o modifiche identitarie e diventare fonte di disagio. È proprio in questi passaggi che interveniamo con la nostra pratica clinica.
La presenza di tirocini, supervisioni con psicoterapeuti transculturali e mediatori culturali accompagna l’intero percorso formativo. Qual è la competenza che, secondo lei, gli allievi scoprono di aver acquisito solo alla fine del percorso, e che difficilmente avrebbero sviluppato in altri contesti formativi?
Durante i quattro anni, e non solo alla fine, gli specializzandi comprendono che sono necessari interventi “a geometria variabile”, cioè costruiti di volta in volta sullo specifico paziente, sulla sua cultura e sul suo mondo sociale. Abbiamo infatti a disposizione diversi protocolli di intervento e di setting.
Inoltre è sempre presente l’analisi, molto importante, del controtransfert culturale, cioè delle reazioni affettive che derivano non solo dal mondo interno, ma anche dal mondo sociale dell’allievo in formazione.
Un altro elemento fondamentale, nel caso di pazienti provenienti da famiglie migranti, è la relazione con mediatori linguistico-culturali formati, che possono essere introdotti nel setting terapeutico e fungere shop new adidas eqt bask adv white blue , adidas Forum Leather Mid Top Beige , NovogasShops da specchio per le relazioni affettive dei pazienti.
Oggi anche chi non ha vissuto una migrazione geografica sperimenta trasformazioni identitarie legate alla globalizzazione, al digitale e ai cambiamenti sociali. Possiamo dire che la psicoterapia transculturale sia diventata una competenza necessaria per comprendere tutti i pazienti?
Sì. Come detto prima, il nostro approccio appare particolarmente interessante per comprendere le reazioni psicologiche a una società in continuo cambiamento.
Il nostro mondo interno ha bisogno di un nucleo stabile d’identità, capace però di essere flessibile rispetto all’imprevisto. La via per raggiungere questa flessibilità è la conoscenza di sé e, soprattutto, la comprensione di ciò che davvero ci motiva, ci piace e desideriamo. Questo vale sia per gli allievi in formazione sia, successivamente, per la loro capacità di comprendere i pazienti.
Nella pratica clinica, qual è la differenza tra conoscere una cultura e saper “attraversare” le culture, come propone la metodologia transculturale? Può raccontarci un esempio che renda evidente questa distinzione?
Uno dei punti fondamentali della psicoterapia transculturale è che non è necessario conoscere nel dettaglio pratiche e valori di una determinata cultura, quanto piuttosto comprendere i meccanismi generali attraverso cui l’appartenenza culturale contribuisce a costruire il mondo psichico, nei suoi aspetti positivi e in quelli problematici.
Non si tratta, quindi, di possedere una conoscenza antropologica approfondita della singola cultura del paziente. Ciò sarebbe, d’altronde, impossibile in una realtà come quella italiana, dove convivono oltre un centinaio di culture, sottoculture e lingue differenti tra le popolazioni migranti.
Dobbiamo invece sapere che la cultura entra nella nostra mente attraverso le relazioni, non solo con i genitori, ma anche con le istituzioni, gli artefatti e i luoghi di una società. Disponiamo inoltre di specifiche strutture cerebrali che l’evoluzione ha sviluppato per favorire questa interiorizzazione, come ad esempio i neuroni specchio e il circuito dell’empatia.
Un altro elemento generale è che esistono valori fondamentali che differiscono tra le società, ad esempio quelli di tipo più individualistico o più comunitario. È attraverso questi punti di riferimento che possiamo ricostruire la storia della persona, i suoi momenti di crisi e di conflitto, e le sue capacità di ritrovare se stessa in modo positivo SBD – nike blue air skylon 2 ebay auction site – White x nike blue huarache atomic pink foot locker shoes Low Brooklyn DX1419 – 300 Release Date , Off.
Ricordo, ad esempio, il caso di un’adolescente filippina i cui genitori volevano a tutti i costi che aderisse esclusivamente ai valori tradizionali e frequentasse soltanto coetanei filippini. La ragazza viveva questa dinamica con grande sofferenza. Con l’aiuto della terapeuta riuscì a riscoprire e ricostruire le parti più creative del proprio Sé, diventando leader di un gruppo di danza che, nel quartiere milanese di Porta Venezia, riuniva ragazzi filippini ma anche italiani.
La scoperta di questa possibilità biculturale è stata al centro del percorso terapeutico e ha permesso, successivamente, di costruire anche una relazione più adulta con i genitori.
Guardando ai prossimi dieci anni della professione, quali sfide ritiene che gli psicoterapeuti saranno chiamati ad affrontare e in che modo una formazione transculturale può rappresentare un vantaggio concreto per prepararsi a queste trasformazioni?
Il vantaggio della pratica transculturale è quello di essere capaci, come ho sottolineato, di analizzare i cambiamenti e di costruire un ponte tra le parti già stabili del Sé e la novità, qualunque essa sia: da una società sempre più multiculturale a una società più rigida e monoculturale, da un percorso di cambiamento dell’identità di genere alla scoperta del desiderio di genitorialità, e così via.
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Paolo Inghilleri è medico, psicoterapeuta e già Professore Ordinario di Psicologia Sociale presso l’Università degli Studi di Milano. Tra i principali studiosi italiani di psicologia culturale, ha maturato jordan luka 3 colorways release dates una lunga esperienza internazionale nei progetti di salute mentale e nella ricerca sui processi migratori e interculturali. È inoltre membro della Direzione della Scuola di Psicoterapia Transculturale, alla cui crescita scientifica e formativa contribuisce attivamente.
